La storia della Pallamano ad Orta di Atella comincia nel lontano 1979 quando la U.S. Handball Orta si iscrisse alla F.I.G.H. (Federazione Italiana Giuoco Handball). Il Club partecipò ai campionati per più di 20 anni per poi scomparire. Nel 2004, Giovanni Moccia e Lello Cirillo decisero di recuperare la grande tradizione della pallamano e fondarono la U.S.C. Atellana Handball (USCA), coinvolgendo l’attuale presidente Maria Grazia Capasso, già presidente della U.S. Handball Orta. Negli anni successivi aderirono al progetto i precedenti atleti e dirigenti, creando una struttura organizzativa di alto profilo per la crescita delle giovani leve. Ma il definitivo salto di qualità si è avuto con l’arrivo di mister Gigi Toscano, il quale ha introdotto tecniche di allenamento che hanno permesso di raggiungere risultati straordinari, sia per le giovanili (negli ultimi anni tutte le categorie Under hanno vinto i rispettivi campionati), sia per la prima squadra, culminati con la promozione in Serie A2 nella scorsa stagione sportiva. La passione verso la pallamano, che dal 1979 ad oggi coinvolge almeno due generazioni di sportivi e cittadini ortesi, la si deve a Umberto Silvestre. È stato lui che ha portato la pallamano ad Orta di Atella, è stato lui il primo allenatore che ha cresciuto e fatto appassionare a questo sport i giovani talenti di allora, molti dei quali impegnati come dirigenti nell’attuale società ed uno, il capitano Franco Mozzillo, ancora in campo a sudare e lottare come un ragazzino. Umberto Silvestre, papà di Francesco, promettente terzino, ha accettato di ricordare i momenti e gli aneddoti da cui è nato tutto, senza i quali non ci sarebbe stata l’Usca Genesis Mobile Atellana. «Nel ‘79 ero insegnate di scienze motorie e avevo il piacere di giocare a pallamano con i Normanni Aversa. Pensai di portare questo sport anche ad Orta di Atella, aiutato da un docente dell’Isef. Era una disciplina che i ragazzi non avevano mai visto. Per farla conoscere organizzai dei tornei, con squadre che venivano da Gaeta o Scafati. I primi allenamenti li facevamo in un campo di calcio, che non era ad Orta ma nella vicina Frattaminore. Le partite le giocavamo ad Aversa, in via Santa Lucia, all’interno dell’ospedale psichiatrico della Maddalena. Fu una cosa bellissima, perché avevamo come primi spettatori i degenti del manicomio. Si formò un gruppo affiatato di ragazzi under 14. La maggior parte andava a scuola e ci allenavamo, quindi, nel tardo pomeriggio. Dovevamo preoccuparci delle luce, perché faceva buio presto. Ci allenavamo nel complesso delle scuole elementari in viale Petrarca, con delle porte un po’ arrugginite regalate dalla federazione. Le andai a prendere a Pontelatone e me le consegnò il rappresentante provinciale della Figh. Il campo da gioco era in asfalto e, verso la fine degli anni ottanta, ci allenavamo anche davanti al comune di Orta, molto per protesta, un po’ perché non sapevamo dove andare ad allenarci. Abbiamo iniziato con la juniores e poi vinto il campionato di serie D. Poi mi sono spostato a Torino per insegnare. Oggi rivivo lo stesso spirito di allora, quello della famiglia, dello stare insieme e io ne trovo giovamento, perché mio figlio pratica la pallamano in un ambiente sano e tranquillo. Di questo dobbiamo ringraziare Maria Grazia Capasso, che è riuscita a continuare il discorso con la stessa voglia di tanti anni fa.  Così come dobbiamo ringraziare le persone sensibili che stanno sponsorizzando questa squadra. Dobbiamo dare atto a questi imprenditori di finanziare uno sport non seguitissimo, ma che ha un ambiente sano e tranquillo, con ragazzi che, oltre come sportivi, crescono da cittadini civili. Ricordo che, quando facevamo la preparazione atletica, uscivamo per le campagne e ci prendevano per pazzi. Chi ci parlava di passare al calcio era proprio il Comune o qualche imprenditore, per avere maggiori contributi. Ma appena siamo riusciti ad avere il campo e l’illuminazione abbiamo avuto un pubblico favoloso. Lo spirito della pallamano è stato apprezzato dagli stessi genitori. Venivano centinaia di tifosi a vedere la partita. Mettevamo una corda lungo il campo e tre lati del rettangolo di gioco erano strapieni. Arrivavano oltre un’ora prima della partita, per potersi mettere davanti e vicino la porta. Chi veniva dopo rischiava di rimanere indietro e vedere poco, perché erano tutti in piedi. La partita in casa era una festa entusiasmante. In trasferta venivano una cinquantina di tifosi. Erano proprio loro che ci accompagnavano alle partite, più le macchine dei dirigenti e dei genitori. Andavamo fuori casa con la voglia di passare una domenica mattina insieme. Non mi sono mai trovato da solo negli allenamenti e nelle partite. Ci sono state sempre delle persone vicine che mi hanno dato una mano. I colori sociali erano arancione e nero. Un caseificio di Orta ci comprò il completino di magliette e grazie il papà di Franco Mozzillo, che si interessava di abbigliamento sportivo, riuscimmo a contattare un rivenditore. Quando i ragazzi indossavano questo completino era un vero e proprio atto di fede per la società, un vanto per loro. Il filo conduttore che unisce allora e adesso è la passione. La stessa passione, la stessa voglia di allenarsi per stare insieme, anche se poi non giochi. Sono tanto fortunato – conclude Umberto Silvestre – ad avere un figlio cui piace la pallamano, sport poco seguito, ma sano».